Giovedì, 07 Dicembre 2000 20:27

Zolle. Lo sterminio degli indios d’Argentina (2000)

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Un aspetto poco noto della politica argentina nell'era della grande migrazione transoceanica

Zolle. Lo sterminio degli indios d’Argentina

«Zolle» era una trasmissione divulgativa di Rete Due, legata alla Svizzera italiana, che presentava un tema diverso ogni settimana, distribuito su cinque brevi interventi di 5-6 minuti. Questa puntata è andata in onda nel novembre 2000 e chiudeva una serie sull’emigrazione in Argentina curata da Ivano Fosanelli.

Nei giorni scorsi Ivano Fosanelli ci spiegava che a partire dal 1870 il governo argentino ha incoraggiato l’immigrazione e che oltre due milioni di europei, tra cui molti ticinesi, si soino poi riversati laggiù. Oggi Danilo Baratti ci racconta come in quello stesso periodo il governo argentino abbia organizzato la distruzione degli indigeni del Sud.

5. Venerdì

(Dino Saluzzi, «Por el sol y la lluvia», da «Kultrun»)

Nelle Zolle di questa settimana Ivano Fosanelli ha accennato al fatto che per far posto agli emigranti europei si è fatta piazza pulita degli indigeni. Oggi riprendo questo tema, parlando non tanto di chi arriva, ma di chi in Argentina non ci può più vivere.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento i governanti argentini speravano che i coloni andassero a stabilirsi soprattutto nelle zone libere del paese: il Sud della Pampa, l’immensa Patagonia, il Chaco e la Mesopotamia, cioè la regione chiusa tra i fiumi Paraná e Uruguay.

Ma libere in che senso? Benché la densità fosse bassa, queste regioni erano popolate da millenni. Ma erano abitate da indios, che agli occhi del potere argentino erano più che altro un elemento residuale e fastidioso, un intralcio al progresso. Nel 1868 il presidente Sarmiento dichiara: «La razze americane vivono nell’inerzia e si rivelano incapaci, anche se si sforzano, di dedicarsi a un lavoro duro e continuato».

Dieci anni dopo inizia la cosiddetta «campagna del deserto», dove deserto sta per regione disabitata, cioè abitata da indios. Si tratta di un’azione militare in grande stile tesa a estendere il controllo statale sull’intera Pampa e sulla Patagonia. Lì vivevano popolazioni mapuches come i ranqueles, i pehuenches, i tehuelches (proprio ai mapuches è ispirata la musica di Dino Saluzzi che sentite in sottofondo).

Il governo argentino non ha peli sulla lingua: nei documenti ufficiali parla di «cercare direttamente l’indio nella sua tana, per sottometterlo o espellerlo». Avete sentito bene: nella sua tana. Ai grandi proprietari si promettono «milioni di ettari per gli allevamenti». Li avranno: in dieci anni sin distribuiscono 34 milioni di ettari a 1500 persone. Una ventina di questi ricevono circa mezzo milione di ettari a testa. Agli indigeni sopravvissuti il governo lascia generosamente 22 mila ettari, cioè niente. Una zolla. Anche ai nuovi emigranti europei allettati dalla propaganda argentina resta ben poco: la torta è già spartita tra i latifondisti legati all’oligarchia al potere.

L’eroe della campagna del deserto, il generale Julio Argentino Roca, dopo la conquista del Sud diventa presidente. È lui a ricevere a palazzo, nel 1884, l’emigrante bleniese Mosè Bertoni, e a sostenere, almeno all’inizio, il suo progetto di colonizzazione a Misiones, altra zona abitata prevalentemente da indios, cioè, agli occhi del governo, da nessuno (solo che Bertoni ha degli indios tutt’altra opinione).

Ancora in pieno Novecento alcuni storici argentini celebreranno la gloriosa campagna con un cinismo che lascia allibiti:

Vi erano due modi di dominare gli indios: l’incrocio e lo sterminio. Il primo è stato impiegato con profusione; lo spagnolo non aveva ribrezzo, ma così annacquava il vino vecchio e nobile della sua razza. La seconda divenne inevitabile: scoccò l’ultima ora. L’aborigeno si congedò con dignità dalla vita.

Ma i nostri emigranti, cosa sapevano di questa storia? Cos’hanno pensato della politica di sterminio del governo argentino? Possiamo supporre che in generale ne fossero ignari, ma anche che, trovandosi in zone di frontiera, a contatto con gli indios, molti di loro non avrebbero esitato a concludere l’opera, come hanno fatto i pionieri italiani nel Brasile meridionale.

 

Testi di riferimento:

José Luis Del Roio, Alfredo Luis Somoza, Tupac Amaru. Frammenti di resistenza indigena, Milano 1993, pp. 138-140.

Vanni Blengino, Il vallo della Patagonia, Reggio Emilia 1998.

Piero Brunello, Pionieri, Roma 1994.