Mercoledì, 02 Maggio 2001 12:54

Zolle. Le fatiche della Controriforma I (2001)

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Il conflitto tra le norme del Concilio di Trento e la religione popolare in una serie radiofonica

 «Zolle» era una trasmissione divulgativa di Rete Due, legata alla Svizzera italiana, che presentava un tema diverso ogni settimana, distribuito su cinque brevi interventi di 5-6 minuti. Questa serie è andata in onda nel maggio 2001.

 

Le fatiche della Controriforma. Prima serie

L’età della Controriforma è caratterizzata dallo scontro tra concezioni diverse della vita religiosa: da un lato quella delineata dal Concilio di Trento, dall’altro quella tradizionale, “popolare”, radicata nel Medioevo e intrisa di elementi precristiani. Riti di passaggio, controllo dei fenomeni naturali, svolgimento delle processioni... i momenti di conflitto sono molteplici. L’impatto tra religione tridentina e costumanze popolari non porta necessariamente a un totale soffocamento delle seconde: genera piuttosto complesse fusioni, commistioni, coperture. Ce ne parlerà, prendendo spunto da alcuni esempi locali, lo storico Danilo Baratti, che si occupa da tempo della vita religiosa nella Svizzera italiana all’epoca dei baliaggi.

 

1. Lunedì. Processioni

(musica: Tomás Luís de Victoria, Magnificat primi toni)

Con il Concilio di Trento, che si conclude nel 1563, si avvia una nuova fase nella vita religiosa delle aree cattoliche. Alla lotta al protestantesimo, le autorità ecclesiastiche accompagnano una vasta riforma interna che tocca molti ambiti: tra questi la formazione del clero, i costumi del clero, l'organizzazione parrocchiale, i riti... anche la musica (quella che sentiamo in sottofondo è una messa di Tomás Luís de Victoria, compositore tipicamente controriformistico).

La diffusione delle nuove norme si scontra spesso con le consuetudini medievali, in certi casi ancora precristiane. Schematizzando, si potrebbe parlare di uno scontro tra religiosità tridentina e cultura popolare. È uno scontro complesso, a volte aperto, a volte sommerso. Anche gli esiti sono mutevoli: la cancellazione delle costumanze folkloriche, la loro resistenza ostinata, la loro copertura formale con riti tridentini, o ancora una vera e propria fusione tra i due mondi.

In questo ciclo di zolle parlerò di cinque momenti di questo conflitto: le processioni, il matrimonio, le relazioni tra giovani, il Calendimaggio, la protezione dai temporali.

(canto religioso processionale)

Cominciamo dalle processioni. Agli occhi dell'autorità religiosa si svolgono in forme inaccettabili. Non esiste un netto confine tra la dimensione strettamente religiosa e quella sociale: spesso il corteo devozionale si trasforma in festa popolare: bevute, canti, promiscuità, risse...

La Chiesa della Controriforma vuole sostituire alle forme disordinate della processione tradizionale uno svolgimento più controllato, disciplinato, in cui sia centrale la figura del sacerdote. Ma non è così facile.

Seguiamo un esempio, quello dei parrocchiani di Breno che si recano annualmente in pellegrinaggio al Sacro Monte di Varese, santuario mariano che è fin dal Medioevo meta di pellegrinaggio di molti fedeli della Svizzera italiana. A Breno, come in altre parrocchie, il clero critica lo svolgimento caotico della trasferta. In  seguito ai disordini che l'accompagnno il vescovo propone di accorciare la processione: non si va più fino a Varese ma solo fino a  Caslano.

(canto processionale)

Nel 1709 il parroco di Breno riferisce ancora «di risse e ubriachezze», e allora il vescovo impone un ulteriore accorciamento: 

«per i molti scandali che abbiamo inteso seguire nella processione che si fa ad una Chiesa della Beata Vergine detta di Castellano  distante quattro miglia da questa Parochiale, la proibiamo assolutamente, servendo più tosto ad eccitare che a placare lo sdegno di Dio. Concediamo però al Paroco la facoltà di cangiar in altra più vicina per sodisfare alla divotione delle persone più pie».

I disordini denunciati a Breno non sono un'eccezione. In quello stesso anno il curato di Pura osserva che

«il maggior abuso è quello di andare così lontano colle processioni e quivi finirle, perché nel ritorno si mischiano gioventù di diverso sesso, e quindi...»

Anche qui sembra che la lunghezza del percorso favorisca i comportamenti inadeguati. Del problema si era occupato il  sinodo comasco del 1672, raccomandando di non superare le due miglia di distanza e di evitare percorsi ripidi e accidentati che potessero dar luogo a imbarazzanti e impudiche scivolate delle donne, e di conseguenza a battute volgarotte, se non peggio, da parte degli uomini.

Ma torniamo a Breno. Nonostante accorciamenti e divieti, scopriamo che nel 1769 il pellegrinaggio al Sacro Monte è ancora in auge e si svolge «colla possibile divotione et decoro». La spinta devozionale dei laici l'ha quindi spuntata sul progetto di disciplinamento dell'autorità ecclesiastica. Lo stesso a Sessa, dove il vescovo, cosciente della resistenza popolare, invita il parroco ad agire «con zelo prudente». Anche lì la processione è «soggetta a molti scandali», spiega il parroco, e le ragazze sono «esposte alla insolenza giovanile». Ancora una volta si evidenzia, negativamente, il tradizionale ruolo socializzante di queste trasferte, occasione d'incontro tra i giovani dei due sessi. E pensare che più di un secolo prima, proprio a Sessa, il vescovo aveva ordinato:

«Quando si va in processione col popolo alla madonna di Monte, overo in altri luochi lontani, [il curato] facci andare le donne separate dagli huomini»

L'ossessione controriformistica dei facili rapporti tra giovani maschi e ragazze sarà una costante di questa serie di zolle.

(scalpiccio processionale)

 

2. Martedì. Matrimonio

(Mozart, Don Giovanni: Là ci darem la mano...)

Se anche Don Giovanni avesse voluto sposare davvero la povera Zerlina, le cose non sarebbero state così semplici come lascia credere il celebre duetto mozartiano. Infatti nella ventiquattresima sessione del concilio di Trento la Chiesa cattolica aveva regolamentato rigidamente il matrimonio. Prima del Concilio erano diffuse e riconosciute in tutta Europa due forme consuetudinarie di matrimonio:

- il consensus de futuro, sponsalia per verba de futuro, promessa di futuro matrimonio, che poteva essere seguita, e nei fatti confermata, dal rapporto sessuale

- gli sponsalia per verba de præsenti, la dichiarazione da parte dell'uomo e della donna che si prendono, da quel preciso momento, per moglie e marito. La loro dichiarazione davanti a testimoni era considerata come vera e propria conclusione del vincolo matrimoniale. 

Un tentativo di matrimonio per verba de praesenti ci è raccontato da Alessandro Manzoni nell'ottavo capitolo dei promessi sposi. Renzo e Lucia entrano a sorpresa in casa di Don Abbondio, dove sono già presenti con un pretesto Tonio e Gervaso:

«...nel mezzo, come al dividersi d'una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: - Signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie».

Don Abbondio butta un tappeto sulla testa di Lucia per impedirle di pronunciare a sua volta la formula. Ma in ogni caso, come farà notare il prete nel capitolo XXVI, si tratta di un matrimonio contro le regole.

Infatti il Concilio di Trento aveva abolito gli sponali per verba de præsenti. Aveva poi decretato che gli sponsalia per verba de futuro dovevano essere decisi alla presenza del parroco, con l’assicurazione di un sollecito matrimonio in chiesa, e seguiti dalle pubblicazioni: nel frattempo la frequentazione era assolutamente vietata.

Dalle nostre parti, come altrove, le nuove regole non passano tanto facilmente gli accenni a rapporti sessuali prima della celebrazione del matrimonio sono frequenti: alla fine del Cinquecento a Bellinzona si lamenta che «non si celebra alcun matrimonio, che prima non si siano cognosciuti carnalmente». Ad Arbedo è anche peggio:

«delli dieci matrimonij che si fanno, nove sono clandestini et la maggior parte quando vengono a celebrare li matrimonij di fronte alla chiesa le donne sono gravide».

E alla fine del Seicento a Medeglia e in altre parrocchie della regione si lamenta che

«alcuni Parochiani doppo contratti gli sponsali de futuro differiscono volontariamente la celebrazione del matrimonio, e fra tanto non s’arrossiscono di vivere insieme con scandalosa familiarità. [Il curato perciò  avvisi questi tali privatamente, e poi anche publicamente dall’Altare, acciò s’astengano da simili prattiche troppo pericolose sotto pena dell’Interdetto]».

Il fatto è che, in barba ai decreti tridentini, la promessa di matrimonio futuro continua ad essere riconosciuta il momento fondante della nuova famiglia. Con la promessa la coppia è legittimata e la successiva coabitazione e i rapporti sessuali sono accettati dalla comunità. La Chiesa della Controriforma si oppone faticosamente a questa forma consuetudinaria e extrasacramentale di contratto matrimoniale. Con le nuove disposizioni intende sovrapporre sfera sessuale e sfera matrimoniale. Come nel caso delle processioni visto ieri, diventa centrale il ruolo del parroco, prima non indispensabile. L'insistenza sull’aspetto sacramentale del matrimonio si inserisce in un più ampio processo di inquadramento di tutti i riti di passaggio - prima regolati da convenzioni comunitarie - nell’ambito parrocchiale, baricentro della vita religiosa postridentina. La nuova normativa si afferma solidamente nel Settecento: la promessa rimane, ma come semplice preludio al matrimonio: non è più il contratto comunitario inteso dagli sposi come un matrimonio da consumare. Don Giovanni lo sapeva, ma non se ne preoccupava certo...

(Mozart, di nuovo)

 

3. Mercoledì. Veglie

(muggiti, clima da stalla)

Dal Seicento curati e vescovi si scagliano contro le veglie nelle stalle. 

Le veglie (altrove veilléesSpinnstubenRockenstuben) sono riunioni serali in cui le donne si riuniscono a filare, a conversare, a ridere, approfittando del tepore prodotto dagli animali. Fin qui, agli occhi della Chiesa controriformistica, niente di male (anche se un rosario sarebbe più gradito).

Il fatto è che tra le donne vi sono anche le ragazze da marito e quindi le veglie attirano i maschi: nelle zone rurali d'Europa, soprattutto nella stagione fredda, queste serate costituiscono il luogo privilegiato per il corteggiamento e la frequentazione tra i giovani. Ecco come ce ne parla, nel 1769, il curato di Stabio: 

«Li scandali già ab immemorabili introdotti, sono fra la gioventù dell’uno e dell’altro sesso gli amoreggiamenti, ed in tempo dell’inverno l'andare la gioventù nelle stalle ove ritrovansi fanciulle. Ho fatto e faccio frequentemente il possibile per toglierli: non m’è riuscito se non l’avere ottenuto il disuso de' Balli, e minor pubblica, e scandalosa sfacciataggine degli amoreggiamenti e della gioventù frequentante le stalle».

È dunque per questo motivo – gli amoreggiamenti – che le riunioni serali nelle stalle sono condannate come «pernicioso scandalo», insieme ai balli e altri momenti d'incontro, da una chiesa che dopo Trento è sempre più sessuofobica. Si tenta quindi di scardinare quel sistema tradizionale di promiscuità controllata che da un lato introduce i giovani alla vita sessuale e dall'altro permette di impostare le strategie di alleanza tra le famiglie, che si concretizzeranno nel matrimonio. Insieme alle veglie esrano diffuse in Europa forme codificate di frequantazione giovanile prematrimoniale ben più ardite, come il kiltgang, a cui accenna ancora Stefano Franscini, e il maraîchinage – con un grado di permissività variabile da regione a regione ma comunque notevole. A volte si tratta di momenti tollerati di apprendistato sessuale. In alcuni casi di veri e propri periodo di concubinato prematrimoniale a titolo di prova. Sotto la supervisione comunitaria, questi approcci portano giovani a cooperare attivamente alle strategie di alleanza delle proprie famiglie.

(musica: monfrina)

Come nel caso del matrimonio discusso ieri, anche al centro della battaglia contro le veglie c'è il controllo della sessualità giovanile.  Più in generale, molte disposizioni controriformistiche tendono a limitare il ruolo particolare che i giovani assumono nelle società rurali e montane. Sono soprattutto i giovani a questuare, a organizzare balli, a cantare, a suonare le campane, a far baccano, a creare apparenti disordini. L'ondata repressiva del Settecento è spesso diretta contro i divertimenti e gli incontri della «gioventù». Significativa è questa nota del curato di Vezio:

«si sono levati con divino aiutto gli abusi delle stalle, dei balli, d'andar questuando per la Chiesa li giovani per le altrui terre, e di andar cantando su le strade e nelle case la gioventù nelle feste di S. Bartolomeo, e dell’epifania. Vi è l’abuso di suonar le campane in tutta la Novena del Santo Natale alle 4, o cinque ore della notte dalla gioventù con accender il fuoco sul campanile col sparo di pistole con grande irriverenza, e danno della Chiesa...»

Il gruppo giovanile, e in particolare quello dei giovani maschi, si contrappone spesso al curato, gli è ostile. È una fascia d’età portatrice di un anticlericalismo temporaneo, che finisce col matrimonio, quando il giovane esaurisce la sua carica di ribellione ritualizzata. Anche nella festa di Calendimaggio, di cui parlerò domani sono i giovani, con la loro esuberanza sessuale, a creare problemi alla Chiesa controriformistica.

(monfrina)

 

5. Giovedì. Il Maggio

(Maggiolata malcantonese. La musica rimane in sottofondo)

Quando frequentavo la scuola elementare ho imparato questa canzonetta, la «Maggiolata malcantonese», che accompagna la tradizione del piantare il maggio, ormai ridotta ad asettica paccottiglia folkloristica novecentesca. Questa versione è tratta dallo spettacolo patriottico «Sacra Terra del Ticino», del 1939, e così veniva introdotta:

«Giocondi arrivano i giovanotti, sulla piazza del villaggio. Trascavano il Maggio, il selvaggio simbolo della primavera: è un bell'albero maschio, tutto ornato di nastri dai vivaci colori. Lo piantano in mezzo alla piazza e invitano le ragazze...»

Già a quel tempo il rito di calendimaggio aveva perso i complessi significati originari, ma il fatto stesso che – anche se in forme snaturate e turistiche – la tradizione continui ancora oggi,  è degno di nota, visto che fin dall'inizio della Controriforma calendimaggio ha subíto vigorosi attacchi.

Già Carlo Borromeo, sostenendo che la festa era fonte di disordine, aveva invitato il popolo a erigere al posto degli alberi pagani «l’albero sacrosanto della croce, da cui pendette l'Autore della redenzione umana». Gli fanno eco altri prelati. Non a caso uno dei primi è il vescovo di Piacenza Filippo Sega. Nel 1633 è la volta del vescovo di Como Lazzaro Carafino:

«L'antico abuso di quel spettacolo, che puzza di gentilesimo, solito farsi per il primo giorno di Maggio — introdotto dagl'Idolatri, ma prohibito tanto tempo fa per legge Imperiale d’Anastasio, Teodosio, & Arcadio Imperatori Romani — pare che ancora hoggidì si ritenghi, non senza offesa della pietà Cristiana, mentre si veggono alzati quei tronchi frondosi...»

 (cuculo)

Come l'intransigente Borromeo, anche Carafino chiama dunque i curati alla lotta al Maggio. Lotta dura e lunga. Ancora nel 1839 il curato di Astano stigmatizza i festeggiamenti di Calendimaggio, riprendendo in parte le parole già usate due secoli prima dal vescovo:

«Ad istigazione di pochi forsennati, ed a vile accondiscendenza di alcuni genitori vi è la rinascente stravaganza nella gioventù di cantare e danzare scioccamente intorno ad una pianta che s'innalza in mezzo al paese nel primo giorno di Maggio; a togliere questo mostruoso avanzo di gentilesimo, fomite e germe fecondo d'ubbriachezze, di risse e di libertinaggio, non valgono le preghiere, le esortazioni e le minacce del parroco».

E a Sessa, nel 1855, il prevosto vede addirittura «il tempio profanato da 4 o 5 femmine, fra cui la figlia del sagrista, che cantavano il "Maggio" e altre canzoni impudenti». Ma le testimonianze relative alla persistenza di Calendimaggio non si limitano al Malcantone: nel corso dell'Ottocento le attestazioni di questa usanza sono moltissime in Ticino e in Lombardia. L'offensiva controriformistica ha dunque si è dunque scontrata invano con la caparbia resistenza popolare, e la fine di Calendimaggio si avrà soltanto con la scomparsa della civiltà contadina.

(cuculo)

Tuttavia la Chiesa può vantare un successo parziale. Con la trasformazione del mese di maggio nel mese di Maria, qua e là  alcuni elementi del maggio popolare sono confluiti nei riti cattolici. Così in certe parrocchie l'albero non è più piantato in piazza ma esposto in chiesa. A Sant'Abbondio in Gambarogno, per esempio, a metà Novecento si appendevano ai rami di un maggiociondolo i doni che venivano poi messi all'incanto per la Madonna. L'antica festa che celebrava la fertilità della natura e dei giovani esalta ora le virtù virginali di Maria.

Ma noi non concludiamo con un canto mariano, bensì con un canto del maggio eseguito dalla Vox Blenii

(Vox Blenii, Il Maggio, dalla raccolta I fioo e r’amur)

 

5. Venerdì. Temporali

(suoni dal film Woodstock: festa nel fango: «No rain!»)

Parecchi ascoltatori della mia età avranno riconosciuto questi suoni: al festival rock di Woodstock del 1969, durante un temporale, il pubblico batteva ritmicamente bidoni, scatole di latta e bottiglie. Forse non sapeva di ripetere gesti antichi. Sentite quanto riferisce il parroco di Agno nel 1596:

«Ho visto una volta nella mutazione dell’aere, cioè quando vi è pericolo di tempesta che le donne sonnano bacili, padelle, pignate et campanelli et altri feramenti che fanno strepito, et traversano le strade con le catene del fuoco, con dire che il tempo cattivo non può venire innanzi».

(breve sottofondo di temporale)

Parroco e vescovo invitano i fedeli ad abbandonare il baccano delle pentole: «in suo luogho si suonino le campane con dir le litanie, et altre pie orationi», dicono.

Assistiamo qui alla sostituzione di una credenza folklorica con un rito controllato dalla Chiesa. Contro il temporale si risponde ancora con un rumore che rivaleggia col tuono – prima le pentole della gente, ora le campane, grandi pignatte collettive – ma nel nuovo rito diventano centrali il campanile e la figura del parroco. Nel 1709, ad Avegno, dove a metter mano alle campane sono le donne, il vescovo decreta che «non sia lecito in avvenire l’entrare in campanile a suonare le campane alle donne in occasione de temporali»: deve farlo solo il prete. 

La sostituzione in questo caso ha successo. Anche troppo. Numerose testimonianze ci dicono che nei secoli successivi, nell’arco alpino e in altre regioni d’Europa, l'intervento del parroco e il suono delle campane sono ormai irrinunciabili. Il parroco, mediatore unico tra la popolazione e le forze mnacciose della natura, diventa addirittura schiavo del rito anti-grandine, tanto che in  alcuni casi l'autorità religiosa gli impone di non lasciare la parrocchia nella stagione dei temporali. Nel 1769 i parrocchiani di Giubiasco ricorrono allarmati al vescovo affinché il parroco «in occasione de’ temporali si habbia di portare alla chiesa a benedire il tempo come è suo obbligo».

Verso la fine del Settecento sia l'autorità civile che il clero tentano di opporsi allo scampanìo antigrandine, sostenendo, con argomentazioni di taglio scientifico, che invece di arrestare i temporali contribuisce addirittura a scatenarli. Ecco quanto stabilisce, per la Lombardia austriaca, nel 1786, un decreto dell'illuminato Giuseppe II:

«sarà generalmente vietato il suonare le Campane per i Temporali, divenendo di questi maggiore il pericolo, appunto a cagione del loro suono, come l’esperienza lo dimostra, restando bastantemente avvisato il Popolo della necessità di ricorrere in questi casi a Dio, perché tenga lontano il pericolo».

(ancora qualche tuono e scroscio)

Le inchieste napoleoniche del primo Ottocento dimostrano però che i divieti non servono. Contro il parere degli stessi parroci, il popolo insiste, testardo. Anche Stefano Franscini, nella sua Svizzera italiana, osserva che i parroci devono continure a fare i conti con la «caparbietà del popolo ignorante», che nei temporali «non vede già fenomeni ordinari della natura, ma opere de' maligni spiriti e degli stregoni»:

«...se ode romoreggiare il tuono e affoltarsi le nubi minacciose, si dà piglio alle campane, si corre in chiesa, si espone il Santissimo Sagramento o qualche miracolosa reliquia, e si viene sulla porta a benedire il tempo e a maledire gli spiriti fabbricatori delle tempeste. I curati che non si prestano alle esigenze superstiziose passano per paurosi delle diavolerie, e cadono in discredito.(...) [Non si penerà molto a credere che con tali e tante pratiche, noi giudichiamo superfluo il guardare dalla folgore gli edifizi col mezzo de' parafulmini...]»

(tuoni e fulmini)

Ancora vent'anni fa Edy Bernasconi ha documentato, a Genestrerio, l'uso delle «campane da Rüm», contro la rümada, il temporale che porta la grandine. Ecco la testimonianza di una contadina, seguita dal suono da rüm, caratterizzato dalla sequenza La-Do#-Si-Do#:

«Quand a sevum in campagna, che sevum là a lavuraa la tèra, alura sentivum i campan da rüm, alura scapavum a cà, tütt masaraa, e navum dent in cà, ciapavum scià un seghezz, dü furcitt, tütt qualunque sia roba da fèr, da bütaa là in curt, e pö l’uliva, pizza, par bütaa là tütcos in curt, e pö ultra da quel a disevum des credi, pater noster e ave maria, che almen a sevum cuntent che almen la tempesta l’avaréss cessaa. Parché la tempesta la faseva di gran dagn...»

 

(dall’audiocassetta allegata a E. Bernasconi, Le campane di Genestrerio, Ricerche musicali nella Svizzera italiana, 1982)

 

Testi di riferimento:

Danilo Baratti, Lo sguardo del vescovo. Visitatori e popolo in una pieve svizzera della diocesi di Como: Agno, XVI-XIX sec., Edizioni Alice, Comano 1989.

Danilo Baratti, Clero secolare e società nei secoli XVII e XVIII, in Storia della Svizzera italiana dal Cinquecento al Settecento, a cura di Raffaello Ceschi, Stato del Cantone Ticino, Bellinzona 2000, pp. 445-470.