Lunedì, 29 Gennaio 2001 21:43

Zolle. La persecuzione della stregoneria (2001)

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Un percorso radiofonico tra i processi per stregoneria nella Svizzera italiana al tempo dei baliaggi

«Zolle» era una trasmissione divulgativa di Rete Due, legata alla Svizzera italiana, che presentava un tema diverso ogni settimana, distribuito su cinque brevi interventi di 5-6 minuti. Questa serie è andata in onda nel gennaio 2001.

 

1. Lunedì

(musica: Arvo Pärt)

 

«... mi fece reffutare Dio, la Madonna santissima, li santi e il battesimo e accettare il demonio per patrone, ch'era ivi in piedi e aveva su li corni e era vestito di nero e li piedi come di vacca e mi fece dare i piedi sopra la croce, ma me ne sono confessata. V'erano gent'assai, che facevano spassi e aranno fatt'il berlotto, e balavano».

Così viene descritto il sabba, e l'incontro col demonio, durante un processo bleniese del 1650. Nei prossimi giorni tornerò sul sabba, o barlotto come si diceva da queste parti, ma oggi voglio cominciare con questa domanda: è giusto far leggere questi stralci di processo a una voce femminile? Sembra la soluzione radiofonicamente più logica, eppure qualche dubbio è lecito. Quella che ci giunge non è la voce dell'imputata – in questo caso Domenica Mengona di Malvaglia. Anche se prendiamo per buone le sue affermazioni, la lingua non è esattamente la sua, e neppure lo sono, presumibilmente, alcuni concetti. Le dichiarazioni sono filtrate dallo scrivano del Magnifico ufficio, il tribunale che istruisce il processo: quindi da un maschio alfabetizzato appartenente al ceto superiore del baliaggio. Lo mostra bene quest'altra frase, sempre tolta da un processo bleniese, che affido a una voce maschile:

«Io son tornata al berlotto dopo che mi sono confessata, per istigazione e tentazione della moglie di Giovanni Angelo Guffredo e mi lasciai indurre di tornare al berlotto a Pianezza, ben è vero che il demonio m'aveva tentato, ma a lui aveva fatto resistenza e quando tornai là il diavolo si rallegrò».

Per lo storico che legge questi documenti è quasi sempre impossibile stabilire quanto di quel che legge sia uscito dalla bocca dell'interrogata e quanto appartenga all'interpretazione dei giudici. La visione dei giudici, di chi fa le domande, di chi redige i verbali, è plasmata dai vari manuali di demonologia apparsi tra il Quattro e il Seicento. Lo schema è chiaro, e lo vedremo nei prossimi giorni.

Ma qual è il punto di vista degli imputati? La storiografia ottocentesca – e parte di quella novecentesca – ha spiegato le dichiarazioni di streghe e stregoni con la tortura: le affermazioni dei presunti seguaci di satana sarebbero estorte con la violenza, sarebbero totalmente inconcepibili e false. È una spiegazione che oggi appare semplicistica. La tortura, certo ha un suo peso, ma non c'è dubbio che gli imputati credono a loro volta, e a loro modo, nell'esistenza della stregoneria. È questo il terreno comune tra persecutori e perseguitati. 

Ma cos'è, agli occhi degli accusati, la stregoneria? Che significato ha per loro? Attraverso quali credenze, quali riti, quali esperienze si identificano in qualche modo negli schemi che orientano l'attività dei loro giudici e dei loro carnefici? È il grande enigma di questi processi, e non saranno certo queste zolle a risolverlo.

2. Martedì

(musica: Arvo Pärt, Fratres)

L'opinione comune collega la caccia alle streghe con l'Inquisizione. Effettivamente il punto di partenza teologico-canonistico della persecuzione è il Malleus maleficarum (martello delle streghe), un trattato redatto nel 1486 da due inquisitori domenicani tedeschi. Qui e in vari testi successivi si teorizza l'esistenza di una vera e propria setta ereticale organizzata: quella delle streghe e degli stregoni al servizio del Diavolo. Trattandosi di un caso di eresia, la repressione spetta dunque all'Inquisizione, nei paesi dove è attiva, o comunque ai tribunali ecclesiastici. Ma le cose non sono così semplici. Gli attori di questa vicenda non sono solo gli inquisitori e gli accusati.

Chi sono gli accusatori, per esempio? Di solito a denunciare le presunte streghe sono uomini e donne del villaggio, vicini di casa, parenti, persone che conoscono gli accusati e ne condividono cultura e credenze. 

«Questa primavera mandavo alcuni capi di pecore a pastura ed essa Anna si mise a dire con mia patrona: che belle bestie, che belle agnelline! Oh che belle cose! Et subito che furono passate su per li prati, una cominciò andar a picca in un prato bel piano et da lì a tre giorni me la portarono a casa morta».

È da episodi banali come questo che nascono le denunce. La credenza nella stregoneria permette di spiegare in qualche modo incidenti, malattie e fenomeni naturali come grandine, frane e siccità. Dal sospetto si passa in men che non si dica alla denuncia, dalla denuncia alla tortura, dalla tortura alla confessione, dalla confessione al coinvolgimento di altre persone. Infatti durante il processo gli accusati sono spinti a fare i nomi di altri appartenenti alla presunta setta diabolica. Spesso, sotto tortura, li fanno: in poco tempo un'accusa individuale può trasformarsi in un’ondata persecutoria. La Bernardona di Poschiavo, giustiziata il 29 gennaio 1672, nomina nove donne: tre sono state giustiziate l'anno precedente. Le altre sei vengono processate e giustiziate nei mesi seguenti.

Per tornare a quel che dicevo all'inizio, se la demonologia dotta crea il quadro teorico di riferimento, sono poi le comunità locali a far esplodere le persecuzioni. I tribunali locali, poi, si preoccupano di punire i sospettati per i danni causati – le morti, le avversità – non tanto per salvare la loro anima, e quindi non manifestano quella prudenza che caratterizza invece, almeno dall'inizio del Seicento, l'Inquisizione.

Nella Svizzera italiana del resto il giudizio su questi casi spetta esclusivamente ai tribunali balivali, e spesso è la stessa popolazione – per quel che ritiene essere la propria sicurezza – a chiedere ai giudici di usare la mano pesante.

La realtà della cosiddetta «caccia alle streghe» è quindi molto complessa. Le spiegazioni semplici non tengono.

 

3. Mercoledì

(musica: Frank Zappa, Jonestown, da The perfect stranger; continua sullo sfondo)

 

La strega, le streghe. Parlando di stregoneria l'elemento femminile sembra occupare tutto il campo. Ma non è proprio così. La stregoneria non è soltanto femminile, e nella Svizzera italiana si registra una media relativamente alta di maschi (oltre un quarto nei processi delle Tre Valli). Nel caso degli stregoni le accuse non sono diverse: danni e malattie prodotti con arti diaboliche, apostasia, adesione alla setta di Satana, partecipazione al sabba.

Quanto alla maggioranza di sesso femminile, gli atti dei processi non confermano affatto il cliché della vecchia emarginata. Tra di loro non mancano le madri di famiglia e le giovani. Parecchie sono addirittura bambine, spesso condotte tra le schiere diaboliche da parenti o amici. Per esempio la bleniese Barbara Ughetti dice di essere stata iniziata da una sorella e di aver a sua volta presentato al demonio i suoi figli. Anche Mainetta di Obino, in Valle di Muggio, avrebbe accompagnato al sabba i suoi due figli. «Ogni giorno si sente ancora che li figlioli inocenti sono condotti al Barlotto», scrive preoccupato a Milano il prevosto di Biasca Giuseppe Basso nel 1615.

Così grandi e piccoli concorrono al sabba, che a volte sembra un inquietante giardino d'infanzia: a una riunione bleniese del 1630 troviamo i bambini «che faceano li brutti modi, faceano le capriole attorno alla croce e poi li davano su del culo sopra la croce».

Con gli accusati adulti i tribunali balivali procedono senza tentennamenti, ma di fronte a bambine e bambini non sanno bene che pesci pigliare. Mentre solitamente i balivi e i cantoni preferiscono tenere alla larga il potere ecclesiastico, in questi casi lo chiamano in causa. Per la riabilitazione dei bambini infetti o sospetti la curia milanese suggerisce, nel 1613, la loro separazione temporanea dal corpo sano della società. Ma prima della separazione, va dato un pubblico ed esemplare castigo:

«Quanto alle figliole e figlioli di minor ettà imbrattati notoriamente o sospetti violentemente di questo vizio non si doveranno admettere ai sacramenti né alle scuole della Dottrina Christiana in compagnia de' gli altri suoi pari d'ettà, né ai pascoli comuni e simili azioni dove concorrano simili a loro. Se sono in cura de madre e padre, o parenti sospetti si doveranno levare e congregarli per qualche tempo in cura da parenti buoni e se possibil fosse, mandarli fuori del paese».

«Se sono in infantia gioverà il farli confessar l'errore, et il castigo di stafilate anche in publico, aggiontovi qualche segno acciò sia conosciuto per tale per vergognarli... Quando siano in pubertà ma minori vi si possono adoperare rimedi più rigorosi, e singolarmente della denuntia al santo Officio...»

Qualche volta i tribunali non rinunciano alla punizione esemplare. Nel 1634 il landfogto di Riviera condanna a morte una tredicenne, contro la volontà dei cantoni. Più tardi nello stesso baliaggio si vieta la pena di morte per i minori, ma si propone la fustigazione a sangue e, addirittura, la marchiatura a fuoco sulla fronte. In generale sembra però che i magistrati lascino agli ecclesiastici il trattamento di questi casi delicati, riservandosi di colpirli, se recidivi, nella maggiore età.

4. Giovedì

(musica: Paul Giger, da Chartres)

Nei giorni scorsi non mi sono dilungato sul sabba perché è giusto parlarne di giovedì. È infatti nella notte di giovedì - di giobia - che streghe e stregoni si radunano nei luoghi prescelti. Nella Svizzera italiana sono decine i luoghi del barlotto indicati nei processi. Particolarmente importante risulta il Monte Ceneri, dove si congregano persone da tutti i baliaggi. Una donna di Anzonico (Leventina) processata nel 1650 dice di esservi andata in volo un giovedì grasso, e di avervi incontrato più di cento partecipanti. Quasi tutti gli accusati dichiarano di recarsi alla riunione in groppa ad animali volanti: cavalli, becchi... apparsi dopo aver sfregato con un unguento, ricevuto dal diavolo, un bastone o un fuso.

Sentiamo una descrizione del sabba, tolta dal processo di Caterina di Dongio, processata nel 1639 e poi giustiziata:

«V'era uno ch'era in forma d'homo vestito di rosso, ch'aveva i piedi com'una galinacia et aveva una piuma in capo ch'era il demonio nomato settanaso quale era assettato sopra una bancha (...) mi fecero negare Dio, e la Madonna Santissima e tutti li suoi santi e il Battesimo et gli Santi Sacramenti (...) mi fecero balare et mi accompagnarono ad un demonio nomato Barabá et me lo diedero per sposo (...), con il quale balava, et era tutto carico di bindelli, et era tutto bello. Con lui ho comesso il peccato di carnalità contra natura nomato il peccato di sodomia...»

Gli ingredienti del racconto, con varianti minime, sono sempre gli stessi:

- si rifiutano Dio e la religione cattolica, attraverso riti dissacratori come calpestare la croce o l'ostia (che solitamente emette sangue)

- si rende omaggio a Satana (magari baciandogli il sedere)

- ci si accoppia con lui o con altro essere diabolico

- si balla, si mangia, ci si diverte.

L'appartenenza al sesso maschile non impedisce il rapporto carnale col demonio, visto che questi si presenta anche in sembianze femminili: «me diedero per morosa, un demonio in forma di donna per nome Isabetta (...) usava con lei per la parte d'avanti (...) ma non gl'aveva gusto perché è una cosa inganativa», racconta per esempio il bleniese Carlo Ferrari nel 1650. Le sue ultime parole esprimono una sensazione presente in moltissime descrizioni: il rapporto sessuale è «senza gusto», perché «è cosa inganativa». Lo stesso vale per ciò che si mangia: «Mi diedero pane e formagio, ma non era che faceva stravedere, né rescodeva la fame, anzi diveniva come cenere», racconta il medesimo imputato bleniese. Allo stesso modo sono effimeri i doni ricevuti dal demonio – spesso monete d'oro – che una volta giunti a casa non sono altro che carbone. Questa commistione tra sogno e realtà vale per il sabba nel suo insieme. Come spiega una strega di Dangio:

«Alle volte pare, che al berlotto si vadi corporalmente e alle volte in spirito e pare che non si movi dal letto. Ancorché vi fosse il marito appresso, resta con certi incantamenti sopito, che non s'accorge».

Ma allora, cos'era il sabba agli occhi di chi ne parlava da imputato? Una pura invenzione degli ecclesiastici che veniva confermata dalla forza della tortura? Un'esperienza onirica, prodotta dall'autosuggestione o dall'assunzione di sostanze psicotrope? Un raduno reale con persone in carne ed ossa? Le due cose assieme? Lasciamo la risposta in sospeso. Storici e antropologi ci lavorano da decenni.

(Chartres)

 

5. Venerdì

(musica: Ivano Fossati, Lunario di settembre)


Durante gli interrogatori è riuscito 
che le imputate 
in tempo di luna al primo quarto 
hanno rinunziato al sacramento 
del battesimo 
seducendosi l'una per l'altra 
a commettere tale mancamento 
permettendo per maggiore dannazione 
delle loro anime 
di essere ribattezzate 
con una nuova infusione d'acqua 
sopra il capo 
essendosi sottoposte a tal legame 
di obbedienza 
al Nemico del genere umano. Che in tempo di luna piena 
a ore comode, ai malfatti propizi 
erano portate in aria 
invisibilmente 
in maledetti congressi 
dove venivano compiute 
diversità e quantità di incantagioni, sortilegi
giochi bestiali ed ereticali. Che in luna di ultimo quarto 
hanno esse confessato le violenze 
i venefici, i danni infiniti 
le infermità incurabili 
alle persone, agli animali. In luna nuova di settembre 
la distruzione dei raccolti 
nelle campagne 
mediante la sollevazione 
di venti e tempi impetuosi.

Il processo che il cantautore Ivano Fossati ha utilizzato per costruire questa canzone – Lunario di settembre, dal disco Discanto – potrebbe venire, invece che dal Trentino, dalla Leventina, dai Paesi baschi, o dalla Sassonia. Lo schema è sempre quello: il rifiuto del cristianesimo e l'adesione alla setta di Satana portano streghe e stregoni a mettere in atto una serie di perfide malíe contro persone e cose. Questa sentenza, che qui sentiamo solo in parte, è un compendio di quanto ho spiegato nei giorni scorsi.

Il fenomeno della stregoneria – e sarebbe meglio dire: della persecuzione della stregoneria – è presente in tutta Europa tra il Quattrocento e la fine del Seicento ma è particolarmente virulento nell'arco alpino e in altre aree montane. L'area svizzero-italiana è un punto di osservazione interessante. Non vi sono cifre precise, ma secondo una valutazione prudente nel corso del Seicento si sono celebrati oltre 500 processi nelle sole Tre Valli – cioè Blenio, Leventina e Riviera, le zone più toccate dal fenomeno. In molti casi la documentazione è incompleta e non è possibile conoscere il destino di tutte le persone giudicate. È ragionevole immaginare che a circa la metà di loro sia toccato il destino delle donne rievocate da Ivano Fossati in questa canzone: la morte.

Visto il processo 
coi testimoni esaminati 
dove manifestamente si comprova 
il corpo dei diversi delitti 
per essere stati commessi 
viste le dottissime difese 
per parte delle dette rappresentate 
viste finalmente 
le cose che devono vedersi 
e considerate 
quelle che devono essere considerate 
avuto il parere decisivo 
dei molti illustri e chiari signori 
commissari di questa giurisdizione 
affinché non abbiano a gloriarsi 
delle loro pessime opere 
ad esempio di altri 
in via definitiva 
sentenziamo e condanniamo. Il 14 aprile 1647, nel luogo designato 

davanti ai contadini obbligati ad assistere al supplizio 
vengono decapitate: 
Lucia Caveden, Domenica, Isabetta e Polonia Graziadei, 
Caterina Baroni, Ginevra Chemola e Valentina Andrei 
i corpi sono bruciati, i resti seppelliti alle Giarre in terra maledetta. 
I beni delle donne confiscati.

 

Testi di riferimento:

Danilo Baratti, La persecuzione della stregoneria, in Storia della Svizzera italiana dal Cinquecento al Settecento, a cura di Raffaello Ceschi, Stato del Cantone Ticino, Bellinzona 2000, pp. 377- 396 (bibliografia e note pp. 674-677).

Ivano Fossati, Lunario di settembre – Il processo di Nogaredo (Lamberti Bocconi-Fossati), in Discanto (1990)