Domenica, 31 Dicembre 2000 12:52

Tra consumi e cannoni (2000, 2019)

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Sul Tamaro, Olimpo delle prealpi umanizzate, ispirati da Fabio Pusterla

2000: LiteraTour 23: Monte Ceneri - Tamaro - Monte Lema - Breno

2019: LiteraTour 35: Monte Ceneri - Tamaro - Monte Lema - Breno

 

Tra consumi e cannoni

Nell'Olimpo delle prealpi umanizzate, ispirati da Fabio Pusterla

 

Il Ceneri: streghe, caserme e mortadelle rosse

Eccoci sul monte Ceneri, colle modestissimo per altitudine e aspetto, senza nulla di spettacolare. Questo insulso colle è tuttavia l'ombelico del Ticino, spartiacque fisico e culturale, tanto da dare il nome alle due regioni che separa: Sopraceneri e Sottoceneri. Due regioni che si sentono o si vogliono diverse per geografia e mentalità. Per questa sua posizione di cerniera, la zona (il passo o il sottostante paese di Rivera) è scelta spesso quale sede per riunioni a livello cantonale, per esempio per estenuanti quanto sterili assemblee sindacali, delle quali lo scrivente è stato talvolta complice testimone.

Su questo monte si davano appuntamento, tempo addietro, ben altri personaggi: stregoni, streghe, briganti. Qui, nelle notti di giovedì, si celebrava il sabba più importante di tutta la Svizzera italiana. Vi convenivano, giunte in volo, persone di ogni provenienza: tra queste Giacomo da Semione (valle di Blenio), giustiziato nel 1627, e Giovannina da Rodi (Leventina), giustiziata nel 1650.

Negli stessi secoli il passo pullulava di briganti di strada e banditi. I viaggiatori del Settecento non mancano di registrare nei loro diari la presenza delle numerose forche che punteggiavano il tragitto, da cui penzolavano le teste dei malfattori, scarnificate dal tempo e dal becco impietoso degli uccelli rapaci. Tra questi Hans Conrad Escher von der Linth, che l'8 giugno 1795 annota: «Zur Abschreckung der Räuber, aber wahrlich auch nicht zur Beruhigung der Wanderer sind die Schädel von allen hingerichteten Räubern längs der Strasse an den Stellen aufgesteckt, wo sie ihre Gewaltthaten ausübten».

Oggi, debellati streghe, stregoni e banditi, il triste colle si presenta ai passanti - automobilisti frettolosi o ciclisti in affanno - con un volto apparentemente più rassicurante: strutture militari e pompe di benzina.

Altre presenze, più discrete, introducono altri orizzonti, qualche speranza.

A un passo dalle colonne della stazione di servizio c'è l'accampamento degli Jenisch, gli zingari svizzeri: al mito industriale e consumistico dello spostamento energivoro e frettoloso fa da contrappeso una concezione più profonda, e malvista, della mobilità.

Al cannone esibito davanti alla caserma fa invece da contraltare il cippo che rende omaggio ai volontari ticinesi caduti nella Guerra di Spagna: guerra organizzata e coatta della nazione versus impegno personale per l'autodeterminazione e per una società migliore.

Ecco che questo passo a prima vista insignificante - una sorta di no man's land -, diventa un piccolo universo, si carica di simboli che rispecchiano la complessità del mondo. 

Il modesto monumento ai volontari repubblicani si trova nell'area del grotto del Ceneri/Centro culturale e ricreativo Guglielmo Canevascini. Canevascini è stato per un cinquantennio il più eminente rappresentante del Partito socialista ticinese, fondato ufficialmente proprio qui, sul Monte Ceneri, nell'agosto del 1900. E al Ceneri, al grotto, si tengono annualmente i raduni di un partito che ha sempre annoverato fra i suoi ranghi un'importante componente antimilitarista e pacifista: a due passi un cartello vieta l'accesso alla «Zona militare». Sono raduni politico-conviviali, in cui si fondono comizi e bicchierate, richiami identitari e mortadelle nostrane: qui si incarna meravigliosamente la variante popolare ticinese del famoso inno socialista «Bandiera rossa»:

Bandiera rossa l'è 'l culur dal vin, 

e quel che l'a inventada l'è 'l Canevascin.

(Bandiera rossa è del color del vino,

colui che l'ha inventata è Canevascini).

Lasciando idealmente alle spalle i canti allegri del socialismo nostrano, iniziamo dunque, proprio da qui, dal grotto, la nostra passeggiata.

Costeggiando la Val Trodo accompagnati da suoni umani

Percorsi una decina di minuti di strada asfaltata, sulla destra troviamo l'indicazione «Alpe Foppa. 2 ore e 30»: è il nostro sentiero, che sale ininterrottamente coprendo un dislivello di circa 900 metri. Durante l'ascesa, resa meno dura dall'ombra generosa di betulle prima e di faggi poi, l'udito è messo alla prova da spari isolati di fucile, da raffiche, ora timide ora decise, da qualche botto più corposo: lanciamine? granate? Un quarto d'ora dopo l'inizio del sentiero si apre un ampio squarcio sulla zona che dispensa cotanta musica: la piazza d'armi e lo stand di tiro del Ceneri. Già lì si insegna la guerra, o perlomeno si insegna a colpire al cuore una sagoma, un bersaglio. Sullo sfondo, il piano di Magadino.

Poco dopo si arriva sul fianco della valle del Trodo, che scende aguzza e incassata dal Tamaro. La si percepisce o la si vede sulla destra, secondo la densità della vegetazione. Non si scorgono però - restano più in basso, nascosti in agguato - i bunker, le sagome automatiche, gli obici pesanti. Non si vedono, ma il poeta - che intorno al 1980 era impegnato a combattere il nemico da quelle parti - ce ne rivela l'oscena presenza, violando impudentemente il segreto militare. Anche da qui, nei giorni buoni, sale brioso verso montagna il fragore degli spari.

La seconda parte della salita offre, in questo inizio di millennio e per qualche tempo ancora, uno spettacolo tristemente seducente. Sul lato sinistro del sentiero un bosco verdeggiante di latifoglie, in prevalenza faggi; sul destro - quasi rovesciamento speculare e minacciosa prefigurazione di un possibile futuro - migliaia di fusti nudi, tronchi carbonizzati, cortecce aperte, esplose, rami secchi. Solo l'erbetta tenera attenua l'immagine spettrale. Il disastro non si deve alla guerra, o al gioco della guerra, ma un furioso incendio di pochi anni fa.

La temporanea nudità del bosco permette di prendere atto che sull'altro lato la valle è davvero solcata, di scure righe laterali, quasi a picco, senz'acqua. Pochi si avventurano in quei luoghi inospitali, a parte i guerrieri più a valle. È già successo che un cercatore di funghi non tornasse. Neppure i praticanti del canyoning osano insinuarsi tra le forre: benché l'attività faccia parte dell'offerta della Monte Tamaro S.A., questa valle oscura non conosce l'idiozia contemporanea degli sport estremi e griffati.

Dopo un paio d'ore di cammino, eccoci all'Alpe Foppa, all'alpe vero e proprio. Tra le capre si ammira un panorama riposante che abbraccia il piano di Magadino, il Camoghè, la val d'Isone...

Volgendo lo sguardo verso montagna, si coglie invece l'avvisaglia di quel che seguirà: qualche pilone di sci-lift, segni di erosione umana, di lavorio di spigoli e mezzi meccanici.

 

Alpe Foppa: i segni dell'uomo contemporaneo

Fatti pochi passi verso Corte di Sopra, verso il punto chiamato oggi Alpe Foppa, il quadro si precisa: i piloni aumentano - gli impianti di risalita si rivelano tre o quattro - e si vede un brutto edificio affiancato da un'oscura fortezza. Sullo sfondo sovrasta il tutto una smisurata antenna delle telecomunicazioni. La poesia della montagna umanizzata tocca vette da brivido.

Per un  centinaio di metri questo paesaggio si vede attraverso una rete metallica alta circa sei metri, Lungo la rete, due edifici in muratura con cartelli didattici ci aiutano a capire la natura dell'insolito recinto:

«Mufflon (ovis musimon) Wildschafartiges Tier aus Korsika und Sardinien stammend». E ancora: «Steinbock (capra ibex)», «Dammhirsch (dama dama)». Siamo al cospetto di uno zoo di montagna. Lo Steinbock, beato lui, oggi non c'è. La rete circonda una valletta le cui pareti scoscese e friabili sono completamente erose dallo zoccolare degli ospiti coatti: un lembo di Death Valley nelle prealpi lombarde. O di paesaggio lunare: profeticamente la carta topografica indicava la valletta come Valle Luna già prima del meticoloso e disperato lavoro degli ungulati reclusi. 

Salendo, l'occhio vorrebbe essere catturato dalle linee architettoniche di Mario Botta - ora è chiaro che la strana fortezza è la chiesa di Santa Maria degli Angeli - ma è continuamente distratto da un'accozzaglia strabiliante di manufatti grandi e piccoli: dopo lo zoo, il ristorante, altri piloni, la stazione d'arrivo della teleferica, un parco giochi. Sì, un parco giochi, opportunamente reclamizzato sul dépliant. In montagna il bambino postmoderno non può correre tra l'erba, far capriole o arrampicare su qualche modesto masso: deve avere anch'egli un suo recinto, con tanto di montagnetta sintetica per il climbing. Eccolo servito. Tra i giochi un cannoncino. Autentico. Forse pudicamente privato della culatta. Anche qui si insegna la guerra, fin da piccoli.

In un prossimo futuro arriveranno sul posto altri cannoni, quelli da neve, che il proprietario degli impianti sciistici reclama da anni, incurante del destino tropicale che l'effetto serra riserva alle Prealpi.

Accaldato dalla salita, scombussolato dall'ineffabile spettacolo, l'escursionista vorrebbe rinfrescarsi la faccia, e magari la gola, prima di visitare con la giusta serenità il tempio bottiano. Fontane non ce n'è. Nei servizi del ristorante scende solo acqua rigorosamente calda (e qui la disperazione genera nel viandante sitibondo e affaticato un sospetto maligno: si ricorda che il proprietario degli impianti è anche il proprietario dell'acqua San Clemente, cavata dalle pendici del Tamaro e venduta in bottiglia al ristorante, ed è tentato di stabilire un nesso...).

E' risaputo che al ticinese in montagna, stimolato dall'aria fina e commosso dal paesaggio, vien voglia di cantare. A me viene in mente solo un tango, un tango di Enrique Santos Discépolo, «Cambalache» (Trödelhaufen):

Igual que en la vidriera irrespetuosa de los cambalaches

se ha mezclao la vida,

y herida por un sable sin remaches

ves llorar la Biblia contra un calefón.

Siglo veinte, cambalache problemático y febril...

(So wie in Schaufenster des Trödelladens

hat sich das Leben respektlos vermischt,

siehst Du eine Bibel, verwundet von einem Säbel ohne Knauf,

an einen Boiler gelehnt weinen.

Zwanzigstes Jahrhundert, Trödelhaufen, problematisch und fiebrig...).

Può venire alla mente anche uno dei paesaggi residuali di Pusterla, in cui si mescolano valige incatramate, denti di coniglio, vagoni dimenticati, carriole, secchi marci. Ma quelle sono «cose senza storia», il loro accostamento casuale. Qui invece il disordine è frutto dell'intenzionalità di chi vuol farla, la storia.

I «clienti» del Tamaro rispecchiano questo disordine pittoresco: pensionati svizzero-tedeschi in calzoncini e bastone, suore devote con sandali e calze nere, signore scollacciate alla ricerca del sole, mountain-bikers bardati di casco, paragomiti e ginocchiere, studenti di architettura, parapendisti. Cui si aggiungono, d'inverno, sciatori e snowbordisti.

Finalmente accediamo al tempio: l'edificio incuriosisce e affascina, merita una visita attenta dentro e fuori. Per un attimo si dimentica il contorno, o lo si immagina spoglio e libero: la terrazzina con la campana si apre sul vuoto e su un panorama superbo, le finestre della cappella ritagliano scorci profondi o frammenti di prato. Ma gli oblò del camminamento esterno coperto incorniciano piloni e ruote degli impianti di risalita, gatti delle nevi in paziente attesa dell'inverno, cavi. E il camminamento superiore, percorso in senso inverso, ci ributta in pieno cambalache. Non dubitiamo che «das erste Problem war das Finden des geeinigsten Platzes für den Kirchenbau», come ci spiega il dépliant. «Mario Botta entschied sich für den Abhang, neben der Hochebene mit dem Restaurant». Proprio lì, a due passi dalla cabinovia. Ma se la spinta iniziale «war der Wunsch einer Gegenüberstellung des Menschen mit der Unermesslichkeit des Berges», l'architetto avrebbe dovuto osare di più: chiedere la distruzione del ristorante  e lo spostamento della stazione d'arrivo della teleferica. Come Dio e pochi altri, avrebbe potuto. Più che con l'immensità della montagna, la chiesa dialoga invece con la finitezza delle infrastrutture utilitarie dell'homo tecnologicus. 

Ma forse questa è una consapevole scelta di umiltà, che sfugge a un approccio superficiale. Lo può suggerire, discretamente, una delle lodi mariane scritte sopra le ventidue finestrelle interne disposte in cerchio: 

Ave monte sublime

cui fanno corona

la nube dell'altissimo

un coro d'angeli in volo. 

La natura aziendale, contaminata, essenzialmente umana dell'Alpe Foppa, in cui si inserisce a meraviglia il tempio bottiano, non fa che esaltare, per contrasto, il vero monte sublime, che non è il Tamaro, bensì Maria Vergine. Lo sconcertante caos dell'Alpe Foppa è un frammento esemplare del mondo corrotto cui si contrappone, secondo la visione aristotelica e scolastica dell'universo, la perfezione del mondo celeste. 

 

La «traversata», ovvero la consumazione

Il «prodotto Tamaro», come si dice, tira. Tra cultori degli sport invernali, pellegrini ammaliati dalla «scuola ticinese di architettura», pellegrini e basta, classi scolastiche in gita, giovani cattolici accorsi al raduno annuale diocesano su invito del vescovo (ora anche tramite spot pubblicitario televisivo), ciclisti, fanatici del canyoning, uomini volanti, cavalieri, escursionisti della domenica o dei giorni feriali, partecipanti a gare sportive come la Strom cup Monte Tamaro, la cifra d'affari si aggira intorno ai 4 milioni di franchi (dati 1998). Dal maggio 1997 all'aprile successivo sono salite in telecabina 132 mila persone. Altri ancora, come noi, a piedi.

Anche il seguito della nostra gita, la celebre «Traversata Tamaro-Lema» (o Lema Tamaro, se si vuol far più salita) fa parte del «prodotto Ticino». Chi scrive l'ha fatta da ragazzo a metà degli anni sessanta, come semplice escursionista. «Andare in montagna», si diceva. Oggi la fa da consumatore, da «cliente» (sempre che lasci qualche briciola di indotto). L'itinerario è lo stesso, il cambiamento epocale.

Tra gennaio e ottobre 1998 è stato percorso da 8.800 gitanti (e ci saranno pure - voglia Iddio - quelli che sfuggono ai conteggi). Quattro anni prima erano la metà. Ciò significa che sul tragitto incontrerete quasi certamente qualche altro consumatore. Nonostante questo dettaglio, l'escursione merita di essere fatta. Finalmente lontani, per circa tre ore, da ripetitori, linee dell'alta tensione, impianti di risalita e attrattive turistiche manufatte, vi godrete un sentiero rilassante e facile (solo il Poncione di Breno può dare qualche problema a chi soffre di vertigini), con panorami stupendi: i laghi di Lugano e Locarno, la catena alpina, i villaggi della val Veddasca... A tarda primavera, distese di rododendri.

All'inizio, proprio ai piedi della vetta del Tamaro, vedrete nascere la nostra valle del Trodo, già in quello stadio infantile incassata, inospitale, angosciante. Poi procederete su una linea dolcemente altalenante, tendenzialmente in discesa, verso i Gradiccioli, il Monte Pola, il Magno, il Poncione di Breno, il Lema. O seguendo tutta la costa, o aggirando alcune cime. Alla fine, anche per evitare un nuovo impatto, seppur meno straziante, con piloni, cavi e tralicci, suggeriamo di scendere su Breno, uno dei villaggi più belli del Malcantone.

 

Post scriptum (primavera 2018)

Il percorso da seguire a piedi resta lo stesso, ma quante cose sono cambiate, in meno di vent’anni, nella zona del Monte Ceneri e del Tamaro!

Dopo un lungo periodo di chiusura, c’è di nuovo una stazione di servizio molto frequentata, con bar. Gli Jenisch dal 2012 non hanno più la possibilità di sostare al Ceneri. I militari stanno rinnovando il loro Centro logistico, uno dei cinque in Svizzera, con la costruzione di nuove officine, magazzini e garage e con il risanamento dell’ex arsenale. Il parlamento cantonale nel 2018 ha votato i crediti per la realizzazione al Ceneri di un nuovo poligono di tiro coperto (e intanto un altro poligono, quello del Giappone – Reynoutria japonica è il nome scientifico di questa neofita – ha invaso il territorio a est della strada).

Ma è soprattutto il “prodotto” proposto dalla Tamaro SA («Una montagna di emozioni e divertimento» dice la home page del sito) a modificare il paesaggio, con la promozione di nuovi consumi di massa. Abbandonata in tempo l’illusione di poter contare sugli sport invernali, eliminato il triste zoo alpino, la macchina dell’intrattenimento ha preso altre strade. Alla partenza della cabinovia c’è dal 2013, lo Splash and SPA (parco acquatico con scivoli e piscine, bagno turco, sauna...), sulla montagna è stato creato un complesso di attrazioni (il parco avventura e il Tamaro Jumping alla stazione intermedia, la slittovia e la tirolese all’Alpe Foppa ) al cui cospetto le installazioni descritte vent’anni fa sono ben poca cosa. E ora è in vista una seconda funivia che collegherà l’Alpe Foppa (1530 m) al Motto Rotondo (1928 m), con la costruzione di un ristorante panoramico sulla vetta di questa cima a pochi minuti dal Tamaro (1962 m). Anche le attrattive “culturali” si sono moltiplicate: un cubo sospeso e un monolitico “guardiano del tempio” si sono aggiunti alla madonna di bronzo benedetta dal papa nel 1984. L’elemento di maggior rilievo resta ovviamente la chiesa di Santa Maria degli Angeli, una delle migliori creazioni di Mario Botta. L’archistar ticinese, osannato dagli uni, detestato dagli altri, ha continuato a disseminare altrove i suoi “segni” architettonici nel territorio, con immancabili e ardite teorizzazioni sul loro fecondo dialogo con l’ambiente e con la storia. Tornerà forse qui per progettare il nuovo ristorante in vetta (magari a forma di obice, dopo il “fiore di pietra” del Generoso?)

Manca sempre, per il viaggiatore assetato, una fonte libera di acqua fresca (e nelle toilettes del ristorante dell’Alpe Foppa un cartello rosso ci avverte: «Acqua non potabile – Wasser nicht trinkbar»).

Uguale a se stessa resta la selvaggia val Trodo, anche se le sue forre sono ora più frequentate dagli amanti del canyoning. E come ai bei tempi “qui si insegna la guerra” e capita ancora di udire i rimbombi di questa scuola. Ormai scomparsi sono invece i segni spettrali dell’incendio che aveva devastato la zona tempo fa.

Con tutte le iniziative della Tamaro SA, l’area si presenta quindi come un interessante quanto inquietante laboratorio dell’industria turistica prealpina nell’era del riscaldamento climatico e del tempo libero globalizzato. Resisterà la montagna all’assalto delle masse di clienti? Alle frotte di mountain bikers? Ai bambini appesi ai cordami (ma protetti dal dispositivo clic-it)? Ai ragazzi impegnati nel “Final Tamaro Jumping”? Alle mamme salite al solarium dopo lo Splash and SPA? Ai «banchetti, aperitivi e buffet fino a 250 persone»? Non preoccupiamoci più di tanto. Come aveva scritto Fabio Pusterla nel testo che apre la raccolta da cui abbiamo tratto Val Trodo:

L’erosione

cancellerà le Alpi

In questo senso le iniziative imprenditoriali sul Tamaro, presenti e future, non fanno che assecondare, accelerandolo un pochino, un destino già deciso dall’evoluzione geologica. Intanto, e prima che la massa crescente dei clienti/gitanti renda impraticabili i sentieri, godetevi almeno una volta la panoramica traversata Tamaro-Lema.

 

Danilo Baratti, 2018

 

Riferimenti bibliografici

Fabio Pusterla, Concessione all'inverno, Casagrande, Bellinzona 1985 (riedito nel 2001 e nel 2012)

Mario Botta, Enzo Cucchi, La cappella del Monte Tamaro, Società editrice Umberto Allemandi & C., Torino 1994

 

(Testo pubblicato solo in versione tedesca:  Danilo Baratti, Kanoniere, Konsumenten, Kirchgänger. Mit Fabio Pusterla am Monte Ceneri, in Andreas SIMMEN (Hg.), Wunderbar schwerelos zeigt sich die Welt. Literarischen Wanderung in der Schweiz, Zürich, Rotpunktverlag, 2018, pp. 138-153. È una versione aggiornata – con l’aggiunta del Post scriptum – del testo uscito nel 2000 in Das Klappern der Zoccoli, Zürich, Rotpunktverlag),