Mercoledì, 02 Marzo 2011 08:50

«Contro la violenza perpetrata con le armi domestiche» (2011)

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Quattro interventi sull'iniziativa, sulla campagna e sulla votazione

Quattro interventi sull’iniziativa «contro la violenza perpetrata con le armi domestiche» (13 febbraio 2011).

1. Paure e valori

Prima di entrare nel merito di alcuni aspetti dell’iniziativa «contro la violenza perpetrata con le armi domestiche», mi pare importante dire qualcosa su uno slogan della campagna pubblicitaria che la avversa: «lasciare il monopolio delle armi ai criminali?». Il concetto è ripreso anche da Iris Canonica sul «Corriere del Ticino» del 25 gennaio. Si tratta di un messaggio sconcertante e preoccupante. In lunghi secoli di evoluzione e rafforzamento dello Stato si è affermato un principio, il monopolio della violenza da parte della forza pubblica, che l’iniziativa non mette affatto in discussione: non chiede di togliere le armi alla polizia. Quello slogan irresponsabile caldeggia allora qualcosa che il nostro stato di diritto non ammette: che il cittadino si difenda e si faccia giustizia da sé. Questa sì è una prospettiva che fa veramente paura.

Vengo ora al dibattito sui temi toccati dall’iniziativa. I fautori insistono su una minaccia reale: l’uso che si può fare, e che viene fatto, di queste armi (suicidi, messa in pericolo della vita dei famigliari); i contrari evocano invece una minaccia immaginaria: la messa in forse della pratica del tiro e addirittura l’erosione dei «valori svizzeri». Consegnare l’arma militare all’arsenale e creare un «registro delle armi da fuoco» non significa affatto rendere impossibile il cosiddetto tiro sportivo: l’iniziativa dice chiaramente «la legge disciplina le esigenze e i dettagli... per il tiro sportivo”. Quanto all’arma militare: «ai militari prosciolti non possono essere consegnate armi da fuoco. La legge disciplina le eccezioni, segnatamente per i tiratori sportivi in possesso di una licenza». Disciplinamento, quindi, non proibizione. Si rassicurino quindi i «tiratori sportivi» (e lo dico a malincuore: abito vicino a uno stand di tiro e fatico a considerare le mattinate passate a sparare proiettili contro un bersaglio un’attività meritevole di particolare protezione).

Neppure il tiro militare obbligatorio è in pericolo. Andrebbe semplicemente organizzato diversamente. Invece di allarmarsi per l’inesistente soppressione del tiro obbligatorio, sarebbe più ragionevole interrogarsi sulla sensatezza di questo rito nazionale. Sono un cittadino che crede nella soluzione non violenta dei conflitti e non metto al centro delle mie preoccupazioni il potenziale bellico della Svizzera. Mi affido pertanto alle parole del maggiore Urs Strobel, già ufficiale istruttore alla scuola reclute di Losone: «da tempo il tiro obbligatorio non ha più nulla a che vedere con l’istruzione militare. Sparare 20 colpi ogni anno in mezz’ora, esclusivamente da posizione sdraiata e contro un bersaglio fisso a 300 metri, è una pura attività sportiva! Nient’altro!». In effetti basta un po’ di buon senso: questo rumoroso allenamento annuale avrebbe potuto essere di qualche utilità nel primo Novecento, per una guerra di trincea come la prima guerra mondiale, mentre oggi non serve certo a darci maggior sicurezza. Ha invece altri effetti, ricordati dallo stesso maggiore: «Ogni anno, 120 mila militi astretti al servizio devono compiere il loro tiro obbligatorio. Nell’insieme questo comporta un milione di chilometri percorsi fino allo stand e ritorno. Loro malgrado essi causano un gigantesco lavoro amministrativo pagato dalla Confederazione». Se i contrari all’iniziativa paventano le spese che un registro federale delle armi richiederebbe, ecco una bella e compensatoria occasione di risparmio!

Messa in discussione l’efficacia bellica della tradizione, resta il tema della tradizione stessa. Tutte le tradizioni nascono, vivono e muoiono, anche quelle svizzere. E l’arma in soffitta (o per i più previdenti in cucina, nell’armadio delle scope) appartiene a un tempo in cui, come scriveva Gabriele Rossi il 24 gennaio su questo stesso giornale, «detenere il fucile o la pistola militare era un modo per accelerare i tempi della mobilitazione: il giovane contadino, una volta ricevuto l’ordine, poteva partire dalla fattoria, a piedi, in bici, già armato...». Ma la società è un po’ cambiata, e con essa sono cambiate anche l’economia, la mobilità, le forme della comunicazione, le mentalità collettive, il rapporto col territorio e col passato, la guerra. E noi qui, col nostro fucile d’assalto in casa e l’occhio vigile sul nemico-bersaglio fisso a trecento metri (con i colpi, si badi bene, già conservati all’arsenale). Non sarebbe meglio avere un kit casalingo anti-droni?

Insomma. Se il problema è di mantenere alcuni valori svizzeri simbolici (oltre a quelli che potrebbero forse essere più utili e vitali, come la solidarietà o la difesa dei diritti umani) aggrappiamoci piuttosto alla pietra di Unspunnen, che alla peggio può cadere sul piede di chi non la sa lanciare. O alle caprette bianche d’Appenzello. O addirittura alle reines d’Hérens, le vigorose vacche vallesane: benché combattive, nessuno le ha mai usate per suicidarsi in un momento di sconforto, né per ammazzare la moglie o i vicini un momento di follia. L’arma militare, quella, se proprio non vogliamo farne a meno, lasciamola all’arsenale.

Danilo Baratti, docente, membro del comitato a sostegno dell’iniziativa

(L’iniziativa sulle armi tra paure e valori elvetici, «Corriere del Ticino», 26 gennaio 2011, p. 2)

 

2. Timori creati, timori infondati

Il GdP mi chiede di affiancare Marina Carobbio in questa pagina speciale. Lo faccio volentieri, ma mi chiedo se la presenza di due voci “di sinistra” non rischi di identificare l’iniziativa con quell’area. Ci tengo a dire che l’elenco delle organizzazioni che la sostengono è molto lungo e variato: dalle donne del PPD alla Federazione svizzera degli psichiatri e psicoterapeuti, da Pax Christi ai Verdi liberali, da Amnesty International alla Federazione dei medici svizzeri, dalla Commissione dei vescovi svizzeri Iustitia et Pax alle Chiese protestanti.

Vasto è anche il fronte del no, che in Ticino si è espresso massicciamente con lettere ai giornali spesso viscerali e poco documentate. Per contestarle ci vorrebbero pagine e, data la natura più emotiva che razionale che le contraddistingue, temo che lo sforzo sarebbe inutile. Qui lo spazio è poco e mi limito a quattro temi tra i più battuti.

Il tiro obbligatorio. Con un’organizzazione diversa si potrà ancora svolgere. Non è l’iniziativa a metterlo in pericolo, ma la logica stessa della modernizzazione dell’esercito. Nella situazione attuale – con un esercito sempre più ridotto, sempre meno “di popolo”, sempre più tecnologico – si tratta di un rito obsoleto, che non ha più nulla a che vedere con l’efficacia bellica. Lo stesso vale per la conservazione dell’arma di ordinanza in casa: non ha più una reale giustificazione militare.

Il “tiro sportivo”. Non è messo in forse, perché ai tiratori sono chiaramente riservate delle eccezioni, anche per la conservazione dell’arma militare (iniziativa, art. 1, § 2c e 4). E visto che si richiede una certificazione delle capacità necessarie all’uso dell’arma a fini sportivi, chi la farà, se non le società di tiro stesse? Il disciplinamento tanto temuto probabilmente rafforzerà il loro ruolo.

L’autodifesa di fronte alla criminalità. Ecco un pericoloso fraintendimento, indotto da un’irresponsabile campagna pubblicitaria che insiste sul “monopolio delle armi lasciato ai criminali”. Il messaggio è falso nei presupposti tecnici, perché di fatto la criminalità non è affrontata o inibita dalla presenza di fucili d’assalto nelle soffitte svizzere (queste armi possono anzi essere, come capita, rubate dai criminali). Ma soprattutto, il cittadino non può difendersi da solo: in uno stato di diritto il “monopolio delle armi” è della polizia, e l’iniziativa non si sogna di intaccarlo. Evocare lo spettro di una criminalità dilagante a causa della diminuzione delle armi nelle case è un criminale invito a farsi giustizia da sé.

Infine i “valori svizzeri”, che l’iniziativa distruggerebbe. Ne avremmo altri, ormai smarriti (come la temperanza, la sobrietà, l’amore per il lavoro ben fatto, l’attenzione per il territorio in cui viviamo), che ci renderebbero migliore la vita. Con troppe armi in circolazione non la miglioriamo affatto e aumentiamo le occasioni per metterla in pericolo.

Danilo Baratti, docente

(Ecco perché questa non è un’iniziativa “di sinistra”, «Giornale del Popolo», 7 febbraio 2011, p. 24)

 

3. Iniziativa sulle armi. Riflessioni sulla campagna

Passata la votazione e digerito il risultato, è bene tornare a ragionare sulla campagna a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi. Ci sono cose da dire sia su quella contraria sia sulla campagna favorevole.

Un aspetto vistoso, al quale ormai siamo abituati, è l’importante divario di mezzi finanziari. Vale la pena di parlarne non solo per giustificare la supremazia dei no, ma per constatare come questo fatto tenda a diventare strutturale nelle campagne di votazione, anche quando non ci sono in gioco interessi economici rilevanti. Non si possono certo paragonare le ricadute di questa votazione con quella, recentemente bocciata, contro l’esportazione di materiale bellico, eppure anche questa volta sono stati investiti milioni dalla parte avversa (si stimano tre milioni di franchi per il no, dieci volte meno per il si). Basti ricordare, in Ticino, la capillare campagna cartellonistica, con i manifesti qui riprodotti, comparsi prima all’inizio di gennaio e poi in una seconda ondata a ridosso della votazione. Gli strumenti della democrazia semidiretta sono sempre più condizionati dal peso del denaro e ne escono impoveriti.

Abbiamo ormai dovuto fare l’abitudine anche a un’altra cosa: l’uso di messaggi populisti al limite della legalità. Lasciando perdere il tema dei valori svizzeri distrutti, messaggio sconcertante sul piano etico, è soprattutto il tema del «monopolio delle armi lasciato ai criminali» ad essere inaccettabile (e c’è da chiedersi come mai nessuno dei numerosi politici licenziati in diritto che popolano il cantone abbia aperto bocca su questo tema). Il manifesto lascia immaginare che le armi nelle case debbano servire a combattere direttamente e privatamente - armi in pugno, appunto - la criminalità, istigando un approccio da Far West alla questione della sicurezza: un invito pericoloso e nella sostanza criminale. Il messaggio, tanto scriteriato quanto propagandisticamente efficace, riverberava nelle numerose lettere inviate ai giornali dagli avversari dell’iniziativa (e nella locandina del Mattino della domenica: «Il Ticino vuole difendersi»).

La notevole massa di lettere ostili è un altro aspetto interessante (e allarmante) di queste ultime settimane. Non ho fatto statistiche, ma così a occhio direi che almeno l’80 per cento degli scritti apparsi sui tre quotidiani erano contrari all’iniziativa. Lo squilibrio è ancora più impressionante se si considera che ad appoggiare l’iniziativa, come si è visto anche dai risultati, era quella fetta di società – urbana, colta e, secondo il lessico socialista, “progressista” – certamente meno estranea alla pratica della scrittura e all’esercizio dell’argomentazione razionale. Hanno invece dilagato sul fronte del no (qui ci va a pennello, questa abusata espressione mutuata dalla guerra) gli scritti d’altra natura: squinternati, beceri, fegatosi. Insomma: bisognava scrivere di più. Invece ancora una volta, con poche eccezioni, si è lasciato che a “metter fuori il naso” fossero le persone già schierate per ruolo politico e appartenenza, spesso indentificabili con quella sinistra nella quale gli avversari hanno voluto, e potuto, vedere l’esclusivo marchio di fabbrica dell’iniziativa. A parte un gruppo di medici, timidamente, e qualche altra lodevole eccezione, dov’erano “gli altri/le altre”? Innanzitutto si sono distinti per il loro silenzio, e non è la prima volta, i rappresentanti cattolici. Fa piacere che la commissione consultiva dei vescovi “Iustitia et pax” appoggi l’iniziativa, ma poi non c’è nemmeno un prete o un portavoce di associazioni cattoliche che apra bocca (o non me ne sono accorto?). Anche le donne, che i sondaggi davano, certamente a ragione, più vicine all’iniziativa, non hanno fatto sentire molto questa loro posizione. E soprattutto i dissidenti, che certo non mancano, tra i tiratori e i cacciatori: la loro voce avrebbe pesato molto, e in Ticino non si è sentita. O ancora i militari convinti che qualche difficoltà in più nell’organizzare l’inutile tiro obbligatorio non metta in ginocchio l’esercito svizzero. Probabilmente, di fronte a tanto abbaiare, gli argomenti seri avrebbero avuto comunque poco peso, ma andavano ricordati più spesso, e da molti, da un coro più polifonico. Dico questo per affermare il dato in sé, ma non me la sento di trasformare la constatazione in accusa. Capisco benissimo la ritrosia nell’intervenire pubblicamente di chi stava “dalla nostra parte”: la semplice discrezione, l’illusione che i buoni argomenti si facciano strada da sé, un sentimento di inadeguatezza (per esempio il disagio nel ripetere argomenti ovvi o già detti da altri, o il non sentirsi sufficientemente “preparati”), infine un senso di inutilità (la giustificazione forse più vera). Tutti problemi poco presenti dall’altra parte.

Danilo Baratti, 16 febbraio 2011

(Iniziativa sulle armi. Riflessioni sulla campagna«Nonviolenza» n. 2, marzo 2011, p. 16)

 

4. Armi e munizioni fuori controllo

Il risultato della votazione lascia le cose come stanno? A quanto pare qualche passo verso un’armonizzazione dei registri cantonali si farà. È già qualcosa. Sembra però che la Pro Tell, ringalluzzita dal risultato, voglia chiedere la riconsegna della munizione da tasca ai soldati. Siamo quasi al delirio. Quel che ci si può augurare è invece che i responsabili militari, resi più attenti dal dibattito intorno alla votazione, riescano almeno a controllare meglio la massa di armi e munizioni che mettono in circolazione. Tra le armi consegnate ai soldati, non poche finiscono fuori controllo: dal 1969 oggi sono state smarrite o rubate oltre 4600 armi, di cui solo 350 riemerse. Almeno 8 armi su 10 risultano “smarrite” e la perdita avviene prevalentemente fuori dal servizio. E dove saranno finite quelle armi? Nascoste? Vendute? Qualcuno le ha comunque tra le mani. Si tratta di una conseguenza diretta e preoccupante della pratica della conservazione dell’arma in casa. 

Oltre alle armi registrate come perdute o rubate, ve ne sono altre (quante?) che sfuggono a questa contabilità: sono quelle dimenticate dalla burocrazia militare. Lo scorso 26 gennaio, a Lugano, abbiamo voluto sollevare questo tema con un’azione abbinata a una conferenza stampa: sul tavolo, come si vede nella fotografia (vai al pdf), c’erano tre fucili d’assalto, tre scatole di “munizione da tasca”, proiettili vari. Le armi e la munizione da tasca erano nelle case delle tre persone inquadrate (Danilo Baratti, Corrado Mordasini, Tobia Schnebli) che hanno avuto una “storia militare” simile: a un certo punto, una ventina di anni fa, abbiamo deciso di rifiutare il servizio, di fare obiezione. Poi la solita trafila di quell’epoca (in cui nemmeno c’era l’alternativa del servizio civile): processo, condanna, esclusione dall’esercito, prigione. A tutti e tre sono rimaste l’arma e la munizione, mai richieste dall’apparato militare. Sospesi tra disinteresse e sorpresa, abbiamo atteso per anni un segno di vita da parte di un’amministrazione che pure ci inviava la tassa militare da pagare, e che quindi non ci aveva dimenticati del tutto. Venuti a sapere di questo curioso destino comune, quello di esclusi dall’esercito con l’arma, abbiamo deciso la restituzione alla vigilia della votazione, per segnalare l’assurdo, per dimostrare quanto la dispersione sul territorio di armi militari dimenticate fosse un dato reale.

Quanto ai proiettili sciolti presenti sul tavolo, non erano nostri, ma ci sono stati consegnati da altre persone, con parenti che hanno fatto il militare, in vista della conferenza stampa: stavano e stanno ad indicare come sia facile sottrarre munizioni durante il servizio militare e portarsele a casa. Tutti lo sanno, molti lo fanno. Togliere la munizione da tasca ma lasciare il fucile nelle mani delle persone non risolve il problema: di proiettili ne girano parecchi (e del resto si possono comperare).

La votazione è andata male, la delusione pesa. Ma siamo anche più leggeri, senz’arma e munizione da tasca.

DB ( Armi e munizioni fuori controllo«Nonviolenza» n. 2, marzo 2011, p. 17)