Sabato, 26 Febbraio 2022 21:32

Ucraina. Intorno ai “se” e ai “ma” (2022)

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Condannare decisamente la guerra e la retorica putiniana, ma ragionare anche su ciò che le nutre

Ucraina. Intorno ai “se” e ai “ma”

(Naufraghi/e, 28 febbraio 2022: https://naufraghi.ch/i-se-e-i-ma/ , poi uscito, in forma leggermente diversa, in «Nonviolenza» n. 46, marzo 2022)

Ho partecipato anch’io alla videoriunione in cui si è deciso il testo dell’appello per un presidio contro la guerra tenutosi sabato a Bellinzona (lo si può trovare sul sito dell’MPS, del PS, del Forum alternativo, o sul prossimo numero di «Nonviolenza», per cui ho scritto una prima versione di questo articolo). Doveva essere breve, l’appello, andar bene a tutti, essere licenziato in fretta. Sono situazioni che non consentono troppe limature e integrazioni: vista la molteplicità e la diversità degli attori in gioco si può già essere contenti quando si arriva rapidamente a un accordo operativo. E così è stato (e a Bellinzona c’era parecchia gente). Lo spazio più tranquillo di questa pagina permette invece qualche sfumatura e qualche integrazione.

Parto dallo slogan della manifestazione: «No alla guerra senza se e senza ma». Una forma molto abusata, che vuole dar forza all’asserzione. Non mi è mai piaciuta, anche perché trovo importanti i “se” e i “ma”, che rimandano al dubbio e alla riflessione. «No alla guerra» basta e avanza, non ha bisogno di rafforzativi ineleganti. I “se” e i “ma” possono invece richiamare le dinamiche che hanno portato a questa guerra, i passi fatti e quelli che si sarebbero potuti fare o evitare, le cose che stanno nella testa di Putin, del suo omologo ucraino, di Biden, dei dirigenti della Nato, dei vari laeder europei, e quindi anche le “ragioni” (fallaci ma legate a preoccupazioni e interessi reali) degli uni e degli altri.

Rispetto ad altri lanciati in altre parti della Svizzera – che si limitavano a condannare l’invasione e a chiedere libertà e solidarietà per la popolazione ucraina e sanzioni economiche per la Russia – l’appello di Bellinzona ha il merito di porre la questione in un quadro più ampio e complesso: accenna anche alla Nato, alla smilitarizzazione, alla solidarietà verso chi si oppone alla logica della guerra e non solo alle vittime ucraine. Equidistanza? Non si tratta di questo, anzi. Per quel che mi riguarda, non sono equidistante: sono distante anni luce dalla logica della guerra. Ma intanto, in questo sabato sera 26 febbraio 2022, mentre sto scrivendo, la Russia intensifica nervosamente lo sforzo bellico, il presidente ucraino si profila come un eroe popolare incitando alla resistenza armata, Germania e Francia promettono forniture immediate di armi all’Ucraina, centinaia di migliaia di ucraini premono alle frontiere polacche, i russi continuano i bombardamenti, i loro carri hanno sollevato e messo in movimento le polveri radioattive di Chernobyl, gli ucraini distruggono i propri ponti e le proprie ferrovie, Kiev si sta forse trasformando in una nuova Grozny: un eroico deserto di macerie. Si profila un immane disastro ambientale, economico (quante risorse sono già andate in fumo, da una parte dall’altra) e sociale: eccola qui, al suo grado più basso, la famosa triade della sostenibilità.

È una situazione che ammutolisce, eppure di cose da dire ce ne sono tante: e, pur nella denuncia ferma delle scelte putiniane, forse sono proprio dei “se” e dei “ma”. Dò la parola, nel limite dello spazio disponibile, a due voci uscite in questi giorni, apparentemente lontane ma forse no.

Pietro Montorfani scrive su «Naufraghi/e» (25 febbraio), a proposito delle giustificazioni storiche addotte dal presidente russo: «Putin ha offerto, da questo punto di vista, un capolavoro di disonestà intellettuale come avviene soltanto nei peggiori sistemi totalitari, nei quali il controllo si esercita, assai prima che sui corpi e sulla realtà concreta delle persone, sulle loro menti attraverso lo strumento potentissimo della lingua. Termini quali “denazificazione” e “genocidio”, utilizzati con agghiacciante disinvoltura nei suoi discorsi, sono segnali di una mente che non ha (più?) un rapporto lineare con la realtà dei fatti, né tantomeno con le categorie storiche». Giusto.

Barbara Spinelli, nell’articolo «Una guerra nata dalle troppe bugie», sul «Fatto quotidiano» (26 febbraio) e sul suo blog (barbara-spinelli.it) ricorda alcuni di quei «passi fatti e quelli che si sarebbero potuti fare o evitare», come dicevo prima, mettendo in luce altre responsabilità, più “nostre”, accanto ai disperati sogni di potenza di Putin. La riprendo in parte. 

«L’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali – da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta. (…) La promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”». Poi Spinelli tocca l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra: «Putin non è stato il primo a violarlo. L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento). Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe. Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo. Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte cerebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere».

Ora, tutto questo non giustifica. Ma spiega, qualcosa spiega.