
Cornelius Koch, il prete dei rifugiati (2026)
Un ricordo di Cornelius Koch a 25 anni dalla morte. Non a caso il primo d'Agosto —
Pubblicato su Naufraghi/e il 31 luglio 2026 col titolo Cornelius Koch, un cristiano sovversivo: https://naufraghi.ch/cornelius-koch-un-cristiano-sovversivo/
Anche quest’anno si tiene a Chiasso, proposto da Mendrisiotto regione aperta, il «Primo d’Agosto di solidarietà e di apertura al mondo», un incontro alternativo alle commemorazioni patriottiche e autocelebrative. All’origine di questa consuetudine c’è Cornelis Koch, morto esattamente 25 anni fa. Per ricordarlo riprendo un testo che avevo letto il 18 marzo 2014 quando si è presentata, al Liceo cantonale di Lugano 1, la sua biografia: Claude Braun e Michael Rössler, Un chrétien subversif: Cornelius Koch, l’abbé des réfugiés, Editions d’en Bas, Losanna 2013 (Ein unbequemes Leben. Cornelius Koch, Flüchtlingskaplan, Zytglogge, Oberhofen am Thunersee 2011). Alla presentazione, condotta da Claudia Patocchi Pusterla, erano intervenuti, oltre agli autori, anche Beat Allenbach, Paolo Bernasconi, Gunda Dimitri, Donato di Blasi e don Gianfranco Feliciani.
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In questa sala si è presentata l’autobiografia di Guido Rivoir, l’11 settembre 2012. Qualche mese più tardi i docenti di storia, in occasione della Giornata della Memoria, e nell’imminenza del quarantesimo anniversario del golpe di Pinochet, hanno dedicato al Cile un’intera giornata, alla quale hanno partecipato gli studenti di terza liceo. In quella giornata è stata rievocata anche l’Azione posti liberi per il Cile, attraverso testimonianze di chi ha vissuto gli eventi successivi come profugo o come ospite di chi cercava asilo. Con queste premesse, è quasi naturale che si parli oggi in questo stesso luogo del libro dedicato a Cornelius Koch, che insieme a membri di Longo Maï ha dato avvio, già nel dicembre del 1973, all’Azione posti liberi per il Cile, che pochi mesi dopo sarebbe stata diretta dal pastore Guido Rivoir.
Cercherò di dare qualche indicazione biografica intrecciata con alcune osservazioni sul libro. Cornelius Koch è nato in Romania in una famiglia di nazionalità svizzera, poi ridotta sul lastrico dalla guerra. È quindi giunto in Svizzera come profugo, e ha conosciuto i campi della Croce Rossa: disinfettato col DDT, separato dalla famiglia per oltre un anno, si è poi trovato a crescere in un paesino del Canton Zurigo, nella condizione di bambino povero e praticamente alloglotto, poco amato nei primi mesi, come i suoi fratelli, dalla ragazzaglia locale: «Che attacchi abbiamo subito! In gruppo i bambini sono spesso crudeli. Era la caccia allo straniero. Mi ricordo ancora benissimo i nostri nascondigli».
Sono frasi tratte dalle belle pagine autobiografiche, molto efficaci, con cui si apre il libro. Pagine che si concludono così: «Senza quel che ho vissuto, non avrei certamente questa sensibilità nei confronti dei rifugiati. Chi, in un modo o nell’altro, è stato nella condizione di rifugiato una volta nella vita, necessariamente si impegna in favore dei rifugiati». Purtroppo questo non è vero in generale, ma è stato vero almeno per Cornelius Koch, per la fortuna di molti.
Non mi soffermo sulla sua scelta di diventare prete, né sui non facili rapporti con le autorità ecclesiastiche: dico solo che il suo ideale è il prete operaio, che inizia la sua vita ecclesiastica nel 1968 e che nel 1972 sostiene attivamente uno sciopero in una fabbrica alsaziana, poi sfociato in un riuscito esperimento di autogestione: in quel momento era attivo in una parrocchia del canton Basilea ed era entrato in contatto con alcuni giovani del gruppo basilese Hydra e del gruppo Spartakus di Vienna, nati nel clima della contestazione degli anni Sessanta. Con alcune di queste persone, come Hannes Reiser, collaborerà per tutta la vita.
Una vita che il libro, ricco di informazioni e di piacevole lettura, racconta senza salti cronologici, avvalendosi di testimonianze dei suoi compagni di vita e di lotta, insieme a materiali d’archivio, come i frammenti delle numerose lettere e comunicati redatti da Koch e brani di articoli usciti sulla stampa in merito alle molte azioni da lui promosse.
E queste azioni sono, in una rapida rassegna incompleta:
- la già ricordata Azione posti liberi per il Cile;
- il sostegno alle cooperative agricole guaraní minacciate, nel 1975, dall’esercito paraguaiano;
- la fondazione del Cedri (Comitato europeo per la difesa dei rifugiati e degli immigrati);
- la difesa dei rifugiati turchi e curdi in fuga dal governo militare di Evren e di zairoti perseguitati da Mobutu nei primi anni ’80;
- di nuovo i cileni, rifugiatisi in una chiesa di Seebach nel 1985, e poi i tamil minacciati di rinvio, ospitati da varie parrocchie bernesi;
- la battaglia contro l’inasprimento della legge sull’asilo nel 1987;
- l’inaugurazione a Ponte Chiasso di un ufficio di accoglienza per i profughi respinti alla frontiera svizzera, e poi l’apertura a Como di una «Casa svizzera dei rifugiati»;
- Il sostegno ai curdi minacciati di rinvio a Flüeli-Ranft nel 1991;
- la missione internazionale in Jugoslavia, con particolare attenzione ai disertori e ai refrattari alla guerra (ricordo che l’asilo non è concesso ai disertori, gli unici che di fatto si sottraggono alla logica nazionalista-bellicista);
- di nuovo i Tamil, minacciati di rinvio nel 1994;
- la solidarietà e la collaborazione con il vescovo di San Cristóbal de las Casas, monsignor Ruiz, impegnato nella difesa degli indigeni del Chiapas;
- i viaggi per appoggiare i sans papiers rifugiati in una chiesa di Parigi e gli operai sudcoreani rifugiati nella cattedrale di Seul;
- la marcia delle coperte in sostegno dei kosovari accampati a Ponte Chiasso;
- il viaggio a Badolato, comune calabrese che negli anni Novanta ha accolto molti profughi albanesi e turchi.
E negli ultimi due anni:
- la creazione degli Amici di don Renzo Beretta, assassinato nel 1999;
- l’impegno attivo contro la propaganda xenofoba dell’UDC in Svizzera e della FPÖ in Austria;
- il viaggio a Como con i parlamentari svizzeri in seduta extra muros a Lugano, per conoscere direttamente la situazione dei profughi respinti alla frontiera svizzera.
Le forme di intervento su questi temi sono molteplici. Mi limito a segnalarne tre:
1. l’ampio coinvolgimento tramite l’invio massiccio di lettere. Moltissime. Già nel caso dello sciopero del 1972, manda una circolare ai 600 sacerdoti della diocesi di Basilea. Nel 1987, durante la campagna contro una revisione restrittiva della legge d’asilo, vengono inviate lettere a tutti i fuochi, 2 milioni e mezzo, tutte imbustate a mano. Un lavoro di settimane, immane e costoso, oggi impensabile per ovvie ragioni. O ancora promuove l’invio di lettere alla Nestlé per ottenere un intervento a favore della pace nel Chiapas;
2. l’organizzazione di efficaci atti propagandistici, sempre caratterizzati da qualche trovata comunicativa, come la marcia delle coperte appena ricordata o i primi d’agosto alternativi a Chiasso;
3. l’asilo ecclesiastico, iniziato con il caso dei cileni di Zurigo-Seebach nel 1985 e diventato poi una forma regolare di resistenza alle espulsioni e ai rinvii forzati.
In tutte queste iniziative Koch non è solo. Nel libro compaiono molti nomi, come quelli di Peter e Heidi Zuber, Peter Walls, Jakob Schädelin, Friedrich Dürrenmatt e, in Ticino, Dimitri, Milena e Paolo Soldati, Hanja de Vries, Flavio Paltenghi, Fabiola Lurati, e oltre confine don Renzo Beretta, Osvaldo Cappelletti. E naturalmente i due autori del libro. Tanto per fare qualche nome tra i tanti.
Dall’altra parte – di chi agisce per arrestare, rinchiudere, negare, rimpatriare, applicare leggi sempre più restrittive – sfilano vari ministri, soprattutto quelli del dipartimento di giustizia e polizia: Kurt Furgler, Elisabeth Kopp, con il suo braccio destro Peter Arbenz, Arnold Koller, Ruth Metzler...
In queste pagine scorre anche la storia della politica federale degli stranieri e del diritto d’asilo. Dall’iniziativa Schwarzenbach del 1970 ai vari irrigidimenti della legge sull’asilo del 1983, 1986 e 1990. Quindi occuparsi della vita di Cornelius Koch implica, inevitabilmente, calarsi nella storia Svizzera del secondo Novecento. Questa entra nel racconto di Braun e Rössler in modo naturale, senza forzature didattiche. E molto vero risulta il protagonista, Cornelius Koch, di cui gli autori, che l’hanno conosciuto molto bene, evitano accuratamente ogni idealizzazione, senza però nascondere l’affetto che gli portano. Come Georg Peters, che ricordando la festa a sorpresa preparata per il sessantesimo compleanno di Cornelius Koch dice: «la nostra idea era di mostrargli una volta come l’amassimo veramente, anche se qualche volta era assolutamente insopportabile».
In occasione di quel compleanno, Michael Rössler ha composto un blues (Freelance Priest Blues, pp. 338-339), di cui riprendo due strofe:
Da sessant’anni in fuga,
mai una baia tranquilla.
Solo, qualche volta,
si rilassa alle terme.
E così si tonifica per la prossima lotta.
Mangia solo pomodori e acetosa
e resta fino all’ultimo giorno
un rompiscatole per i padroni del mondo.
E così è stato. Appena prima di essere ospedalizzato per un tumore al midollo osseo, aveva partecipato, a Friborgo, a una conferenza stampa a proposito dei sans papiers rifugiatisi nella chiesa di Saint Paul.
L’ultimo capitolo del libro segue con delicatezza gli ultimi giorni di vita di Cornelius Koch, che muore il 21 agosto del 2001. A chiudere questa parte, un bel testo del cabarettista e scrittore Franz Hohler, uscito in quei giorni sul «Tages Anzeiger», qui nella versione francese, che traduco a mia volta:
Don Cornelius Koch – Non c’è più abbonato al numero richiesto
Dunque non arriveranno più quelle lettere
Che non mancavano di disturbarci
Perché prima ancora di aprirle
Sapevamo cosa contenevano:
La miseria del mondo
Dal Chiapas a Chiasso
Con annessa una petizione
E se non si firmava seduta stante
L’irreparabile.
Non sopportava più
Ciò a cui ci siamo lentamente abituati
Gli uomini dietro il filo spinato delle frontiere
A un passo dalla Terra Promessa.
Non ha mai intrapreso nulla
Tanto per piacere
Perché tutti sono contro la povertà
Ma quasi nessuno con i poveri.
Era la nostra cattiva coscienza
E adesso che la sua segreteria telefonica tace
E senza risposta è il suo fax
Eccoci a passare nuovamente in rassegna
Gli appelli che non abbiamo sostenuto
Perché è così faticoso
Vivere il proprio mestiere di uomo fino in fondo.
Ma poi ci sono ancora due pagine intitolate «Il lavoro continua».
Nota (2026): l’impegno di Cornelius Koch continua nel lavoro di varie associazioni: il Cercle d’amis de Cornelius Koch, la rete Forum civique européen, Solidarité sans frontières, asile.ch, Mendrisiotto regione aperta…
La locandina della presentazione del 2014: Scarica koch 2014.legg
Naufraghi, Novecento, Storia sociale, 2026, solidarietà
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